I concerti da camera dei Virtuosi Italiani

Concerto fuori abbonamento

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giovedì, 25 Aprile 2024 H 20:30
Spazio S. Pietro in Monastero

Programma evento

Ludwig van Beethoven
Quartetto per archi in do minore n. 4 Op. 18 n. 4

Johannes Brahms
Sestetto per archi nr. 2 in Sol maggiore op. 36

Il Quarto Quartetto è impostato nella tonalità di do minore che, secondo una interpretazione retorica, viene riservata da Beethoven all’esposizione di conflitti drammatici. Probabilmente proprio la patina patetica ha guadagnato al Quartetto una netta celebrità all’interno del gruppo dell’op. 18; nonostante questo, la tecnica di scrittura, che mette in netto risalto il primo violino, è fra le meno “progressive” di tutta la silloge. L’Allegro non tanto iniziale si svolge secondo quella dialettica di contrasti in cui si può riflettere quel conflitto di princìpi («implorante» e «di opposizione») teorizzato dall’autore. Così il primo tema si delinea affannoso, mentre il secondo, in maggiore, si contrappone a quello, e forti contrasti sono anche nello sviluppo, mentre la ripresa mantiene il secondo tema nel modo maggiore.

Il Quartetto è poi privo di un movimento lento, e fa succedere, in seconda e terza posizione, uno Scherzo e un Minuetto. Lo Scherzo è brillantissimo, e si avvale di intrecci polifonici aerei e finissimi, con un fraseggio quasi costantemente in pianissimo e staccato. Il Menuetto, al contrario, si impegna in una densità patetica, accentuata dai cromatismi e non contraddetta nemmeno dal Trio, nonostante la sua lievità.

Con il finale torniamo al gioco delle antitesi; si tratta di un rondò guidato da un refrain di sapore vagamente zigano che si alterna con episodi nettamente contrastanti; ma tali contrasti non mirano qui al patetismo bensì ad acuire l’ironia del tema “esotico”, secondo una prassi haydniana poi poco frequente nell’opera quartettistica beethoveniana, che, dopo una pausa di maturazione, si volgerà nel 1805 verso i traguardi ambiziosi e personalissimi dei tre Quartetti op. 59.

«Ogni volta che viene annunciato il novello san Giovanni Battista, Johannes Brahms, siamo colti immancabilmente dall’identico stato di prostrazione. Questo profeta, che è stato annunciato da Robert Schumann nelle sue ore più cupe e che (va detto per amore di verità) ha fervidi ammiratori anche a Vienna, ci riempie di desolazione con la sua musica d’una noia subdola e vertiginosa, una musica che non ha corpo né anima e che è il frutto d’uno sforzo senza speranza. Ciò che caratterizza questo signore è un artificio evidente e clamoroso»: così il critico della «Wiener Zeitung» accolse la prima esecuzione europea del Sestetto n. 2 in sol maggiore op. 36 di Brahms, avvenuta a Vienna il 3 febbraio 1867 (c’era già stata una prima esecuzione negli Usa, nell’ottobre dell’anno precedente). Prescindendo dalla cattiva fede e dalla partigianeria del critico, che era palesemente un fanatico adepto di Wagner e della “musica dell’avvenire”, questa recensione dimostra che i nemici di Brahms erano sempre pronti a ritorcergli contro l’entusiastico e profetico articolo con cui Schumann l’aveva presentato al mondo, nell’ormai lontano 1853. Allora si capisce che, nonostante il tempo trascorso, Brahms si sentisse ancora oppresso dalla responsabilità che Schumann gli aveva accollato forse prematuramente. Questo spiega perché abbia compiuto un percorso obliquo e titubante per arrivare a scrivere la sua prima sinfonia: sentiva che aveva tutti gli occhi puntati su di lui, pronti a confrontarlo con i suoi grandi predecessori in questo campo.

Simili esitazioni e timori segnarono gli approcci di Brahms anche a un’altra prestigiosa forma della musica strumentale, il quartetto per archi. Già nel 1853 si era presentato a Schumann con un quartetto, ma poi l’aveva fatto sparire, per attendere altri vent’anni prima di trovare l’ardire di presentarsi al pubblico con un lavoro di tal genere. Nel frattempo aveva fatto i suoi primi passi nel campo della musica da camera per soli strumenti ad arco con i due Sestetti op. 18 e op. 36, che, appartenendo a un genere pressoché nuovo, non l’intimidivano col timore di confronti difficili da reggere e soprattutto non gli ponevano in modo lacerante il paralizzante dilemma tra l’ammirazione reverenziale per i grandi autori classici, che lo spingeva a prenderli come propri modelli ideali, e la chiara consapevolezza della loro irripetibilità, che frustrava ogni illusione di poterne ricalcare le orme. C’erano anche ragioni più pratiche a indirizzarlo verso il sestetto: si può infatti osservare che questo gruppo strumentale si avvicinava più del quartetto allo spessore sonoro consentito dal pianoforte e che Brahms negli anni giovanili preferiva sempre filtrare le proprie idee attraverso la mediazione dello strumento da lui perfettamente padroneggiato e praticato quotidianamente.

Brahms riesce ad evitare il rischio di monocromia insito in questa formazione aggregando i sei strumenti in tutte le combinazioni possibili: tre gruppi di due strumenti o due gruppi di tre strumenti che si oppongono o si aggregano, raddoppi del violino col violoncello, effetti di spessore e pastosità quasi orchestrali, passaggi contrappuntistici a sei parti reali (queste raffinatezze polifoniche furono probabilmente una causa dell’insuccesso iniziale del Sestetto, perché talvolta sono veramente troppo fitte e complesse per essere pienamente afferrate al primo ascolto).

A lungo questo Sestetto è stato chiamato coi titoli apocrifi di “Sestetto degli addii” o di “Sestetto di Agathe”, collegati a un episodio della biografia di Brahms, il legame con Agathe von Siebold, l’affascinante figlia d’un professore universitario di Gottinga. Nel 1859, quando si profilava un possibile matrimonio, il compositore aveva bruscamente troncato la relazione, per la riluttanza ad assumersi le responsabilità d’un vincolo matrimoniale: «Vi amo! Ma non posso portare delle catene!». Dovette però continuare ad amare segretamente Agathe ancora a lungo, poiché parlando agli amici di questo Sestetto (composto tra il 1864 e il 1865) esclamò: «È qui che mi sono liberato del mio ultimo amore!». Ma questa vicenda sentimentale è ininfluente alla comprensione del Sestetto, perché Brahms fu sempre fieramente contrario a contaminare la purezza della musica con riferimenti a fatti esterni.

Il primo movimento, Allegro non troppo, è in una classica forma-sonata, ampia e magnificamente equilibrata. Il suo tono è essenzialmente lirico, a cominciare dal tema iniziale, tenero, dolce ed elegiaco, con un colore agreste, esposto dal primo violino sulla pulsazione di due note costantemente ripetute dalla prima viola, come un lento trillo che prosegue per un ampio tratto del movimento, passando anche ad altri strumenti. Solo dopo quasi cento battute viene introdotto dal primo violoncello il secondo tema, una frase cantabile, lirica ma robusta. Poco più in là compare un motivo accessorio, accesamente lirico, che si collega direttamente al nome di Agathe. Lo sviluppo è relativamente breve, perché Brahms ha già ampiamente sfruttato e rielaborato i vari temi subito dopo la loro presentazione: bisogna però segnalare il complesso lavorio contrappuntistico basato sul primo tema. La ripetizione quasi letterale dell’ampia prima parte conduce a una coda, che conclude brillantemente il movimento.

Lo Scherzo (Allegro non troppo) ha in realtà ben poco dello scherzo tradizionale: è piuttosto un intermezzo, in tonalità minore, di un andamento moderato e di carattere più melodico che ritmico. Lo slancio tipico di questo genere di movimenti ricompare nell’episodio centrale, un Trio in tempo Presto giocoso, che unisce a un andamento da valzer rustico un’insolita ricchezza contrappuntistica.

Il Poco adagio si sviluppa a partire da un tema malinconico e sognante, di grande bellezza espressiva, cantato dal primo violino sull’accompagnamento del secondo violino e della prima viola. Segue una serie di variazioni (o piuttosto libere trasformazioni), in cui il tema di volta in volta è affidato al violoncello in pizzicato, è trattato in terzine di crome, assume un carattere energico e quasi marziale, appare nella forma inversa. La confidenza e la maestria di Brahms nella variazione traspaiono chiaramente dalla disinvoltura e dalla libertà con cui fa valere la propria abilità tecnica e inventiva.

Il finale, Poco allegro, è in forma-sonata, ma il vivace e saltellante andamento ritmico dell’introduzione, il colore popolaresco dei due temi principali nonché la riduzione dello sviluppo a poche battute gli danno piuttosto il carattere semplice e brillante del rondò.

Artisti e Compagnia

I Virtuosi Italiani

Vincenzo Bolognese, Alberto Martini violini

Francesco Fiore, Francesca Senatore viole

Giuseppe Barutti, Jakob Ludwig violoncelli

Il complesso de I VIRTUOSI ITALIANI, nato del 1989, è una delle formazioni più attive e qualificate nel panorama musicale internazionale, regolarmente invitata nei più importanti teatri, festival e stagioni in tutto il mondo. Viene loro riconosciuta una particolare attitudine nel creare progetti sempre innovativi, una costante ricerca nei vari linguaggi, oltre alla qualità artistica dimostrata in anni di attività. Numerose sono le collaborazioni con solisti e direttori di rilevanza internazionale. Hanno collaborato all’allestimento dell’Apollon Musagete di Stravinsky con il New York City Ballet; nel 2001 hanno eseguito tutte le opere in un atto di Rossini per l’Opera Comique di Parigi e hanno tenuto due concerti al Konzerthaus di Vienna.I Virtuosi Italiani si sono esibiti per i più importanti teatri e per i principali enti musicali italiani quali il Teatro alla Scala, il Teatro La Fenice, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, la GOG di Genova, l’Unione Musicale di Torino, l’Istituzione Universitaria dei Concerti di Roma, il Teatro alla Pergola di Firenze, la Società Filarmonica di Roma, il Teatro Rossini di Pesaro, la Società del Quartetto di Milano, la Royal Albert Hall, la Carnagie Hall, la Sala Filarmonica di San Pietroburgo, il Seoul International Music & Arts Center, la Herkules Saal, il Bunka Kaikan, la Sala del Conservatorio Tchaikovsky, Zaryadye Concert Hall ecc. Dal 2011 sono complesso residente con una Stagione Concertistica a Venezia nella Chiesa dell’Ospedale della Pietà, luogo in cui Antonio Vivaldi per tutta la sua vita suonò, insegnò e diede la luce a tutte le opere. Numerose sono poi le tournée all’estero, con concerti nelle più importanti sale del mondo. L’attività discografica è ricchissima, con più di 100 cd registrati per le maggiori case discografiche ed oltre 500.000 dischi venduti in tutto il mondo. Nel 2018 I VIRTUOSI ITALIANI hanno realizzato un CD con le più famose ouverture dalle opere di Rossini per il 150° anniversario dalla morte pubblicato dalla casa discografica CPO. Nel settembre 2018  è stata pubblicata la registrazione per la prestigiosa casa discografica DEUTSCHE GRAMMOPHON, dedicata a una monografia di Morten Lauridsen che nel giugno 2019 ha ricevuto la nomination degli OPUS CLASSIC AWARDS 2019, il più importante premio per la musica classica in Germania.Nel dicembre 2021 è stato assegnato il DIAPASON D’OR DE L’ANNEE 2021 a I VIRTUOSI ITALIANI, diretti da Corrado Rovaris con i tenori Lawrence Brownlee e Michael Spyres, per il CD WARNER CLASSICS - ERATO, interamente dedicato a Rossini intitolato “AMICI & RIVALI”. La loro attenzione e ricerca verso esecuzioni storicamente informate, li ha condotti a esibirsi nel repertorio barocco e classico anche su strumenti originali.  Proprio in quest’ambito sono usciti i DVD per UNITEL CLASSICA delle opere di G.B.Pergolesi “Il Prigionier Superbo”, “La Serva Padrona” e “La Salustia”, dirette da Corrado Rovaris e di G. B. Spontini “La Fuga in Maschera” sempre diretta da Corrado Rovaris. Nel segno della versatilità e dell’attenzione riservata ad una scelta di repertorio mirato al coinvolgimento di un pubblico sempre più vasto con una particolare attenzione ai giovani, significativo è, inoltre, l’interesse da sempre dimostrato dal gruppo per il repertorio di confine. Da qui la nascita di collaborazioni e progetti con artisti come Franco Battiato, Goran Bregovic, Uri Caine, Chick Corea, Paolo Fresu, Ludovico Einaudi, Michael Nyman, Cesare Picco, Enrico Rava, Antonella Ruggiero, Gianluigi Trovesi, Richard Galliano e molti altri. I concerti de I Virtuosi Italiani sono testimoniati da entusiastici consensi di critica e di pubblico. Così scrive Enrico Girardi sul “Corriere della Sera”: «I Virtuosi Italiani sono un ensemble di assoluto valore. Affrontano il barocco, il classico e il contemporaneo non solo con disinvoltura, ma con una grinta, uno smalto e una "adrenalina"che produce vita e tensione senza portare oltre i limiti di una saggia pertinenza stilistica».

www.ivirtuositaliani.eu

Info e Biglietteria

BIGLIETTERIA 

Verona, Piazzetta Ottolini n. 9
Lunedì, Martedì e Mercoledì dalle 15.30 alle 18.00
Giovedì dalle 10.30 alle 13.00

oppure su prenotazione:
Mobile, WhatsApp, Telegram
+39 392 7178741  / +39 045 8006411
[email protected] 

presso il Teatro Ristori o San Pietro in Monastero
dalle 18.30 nei concerti serali
dalle 15.30 nei concerti pomeridiani

L’organizzazione e la vendita dei biglietti è gestita direttamente da I Virtuosi Italiani Impresa Sociale S.r.l.

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Dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19.00
Sabato dalle 9.30 alle 12.30

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